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Contratti a termine illegittimi e conversione

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La conversione o la trasformazione dei contratti a termine illegittimi costituiscono, in caso di abusiva reiterazione o di durata oltre i limiti di legge, la sanzione in forma specifica propria dell’illecito perpetrato.

La questione giunta all’attenzione della Corte di Cassazione aveva preso le mosse dall’assunzione di alcuni lavoratori socialmente utili dal Comune con contratti di lavoro a tempo determinato; i medesimi avevano poi agito nei confronti di quest’ultimo per sentir accertare l‘illegittimità dei termini apposti ai contratti con conversione a tempo indeterminato dei rapporti di lavoro.

Le loro istanze, tuttavia, non avevano trovato accoglimento né in primo né in secondo grado; al contrario, i giudici di legittimità hanno invece accolto il gravame proposto.

La Corte ha innanzitutto precisato che la conversione o la trasformazione dei contratti a termine illegittimi costituiscono, in caso di abusiva reiterazione o di durata oltre i limiti di legge, la sanzione in forma specifica propria dell’illecito perpetrato, come dimostra, almeno in ambito di pubblico impiego, il fatto stesso che, di contro, qualora sia domandato il risarcimento, è ritenuta misura sanante l’avvenuta stabilizzazione per effetto causale diretto della stessa successione o preesistenza di contratti a tempo determinato.

Per altro, così posta, la questione si sposta sul punto di vista sul profilo della tutela del danno c.d. Eurounitario da reiterazione abusiva di contratti a termine, secondo il noto principio per cui in materia di pubblico impiego privatizzato, nell’ipotesi di abusiva reiterazione di contratti a termine, la misura risarcitoria prevista dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 36, comma 5, va interpretata in conformità al canone di effettività della tutela affermato dalla Corte di Giustizia UE, sicché, mentre va escluso – siccome incongruo – il ricorso ai criteri previsti per il licenziamento illegittimo, può farsi riferimento alla fattispecie omogenea di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, quale danno presunto, con valenza sanzionatoria e qualificabile come “danno comunitario“, determinato tra un minimo ed un massimo, salva la prova del maggior pregiudizio sofferto, senza che ne derivi una posizione di favore del lavoratore privato rispetto al dipendente pubblico, atteso che, per il primo, l’indennità forfetizzata limita il danno risarcibile, per il secondo, invece, agevola l’onere probatorio del danno subito.

Cass. civ., Sez. Lav., 11 maggio 2022, n. 15027

Redazione Consortium Forense 1960

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