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Cooperative: lavoratori svantaggiati e agevolazioni contributive

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La percentuale dei lavoratori di una cooperativa stabilita dalla L. n. 381 del 1991 (“almeno il trenta per cento”) riguarda termini omogenei, vale a dire lavoratori svantaggiati subordinati e lavoratori subordinati (già in organico) della cooperativa, posto che i primi vanno ad incrementare il numero dei secondi.

Nella vicenda de qua, una società cooperativa aveva agito nei confronti dell’INPS, chiedendo che fosse riconosciuto il suo diritto di poter usufruire delle agevolazioni contributive di cui alla L. n. 381 del 1991, art. 3, co. 4; sia il giudice di primo grado che la Corte d’Appello avevano respinto la domanda, escludendo che la società potesse vantare tale diritto. In effetti, facevano notare, la cooperativa sociale non aveva diritto allo sgravio contributivo per i lavoratori svantaggiati, in quanto il beneficio domandato presupponeva che i lavoratori svantaggiati rappresentassero almeno il trenta per cento dei lavoratori della cooperativa, proporzione non era, nella fattispecie, rispettata.

Ai fini del calcolo della percentuale, infatti, il termine di comparazione, ossia i lavoratori della cooperativa, era da intendersi riferito indistintamente alla forza di lavoro occupata, comprensiva di qualsiasi tipo di collaborazione con l’impresa, nella specie, quella cd. parasubordinata, e non soltanto ai rapporti di lavoro subordinato, dei soci e non soci.

A conclusioni opposta è giunta invece la Corte di Cassazione, che ha riconosciuto sussistente il diritto richiesto dalla società cooperativa.

Orbene, i giudici hanno premesso che, in base a quanto disposto dalla L. n. 381 del 1991, art. 1, co. 1, ratione temporis applicabile, posta la sua ratio di inserimento lavorativo di persone svantaggiate, costoro sono da aindividuare negli invalidi fisici, psichici e sensoriali, gli ex degenti di ospedali psichiatrici, anche giudiziari, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, le persone detenute o internate negli istituti penitenziari, i condannati e gli internati ammessi alle misure alternative alla detenzione e al lavoro all’esterno.

La normativa richiamata ha lo scopo di promuovere l’avviamento e l’integrazione lavorativa di coloro che si trovavano in posizione di svantaggio sociale; detta finalità è perseguita attraverso la possibilità di impiegare le persone svantaggiate ad un costo più basso rispetto a quello ordinariamente necessario per l’instaurazione di rapporti di lavoro della medesima tipologia e gli sgravi, come pure gli altri interventi di fiscalizzazione degli oneri sociali, (entrambi finanziati da risorse provenienti dal bilancio dello Stato, e, quindi dalla fiscalità generale) riducono il costo del lavoro.

Per altro si tratta di una normativa che si inserisce in un ambito normativo (quello dell’inizio degli anni novanta del secolo scorso), caratterizzato da un mercato del lavoro legato alla regola della stabilità dell’impiego, con forme flessibili di lavoro che, ancora, rappresentavano l’eccezione.

Ne è logico corollario l’affermazione per cui l’inclusione lavorativa dei lavoratori svantaggiati, realizzata dal legislatore del 1991, era volta a favorire l’assunzione degli stessi con contratti di lavoro subordinato.

Conseguentemente il rapporto stabilito dell’art. 4 cit., co. 2 (“almeno il trenta per cento dei lavoratori della cooperativa”) non può che riguardare termini omogenei, vale a dire “lavoratori svantaggiati subordinati” e “lavoratori subordinati (già in organico) della cooperativa”, posto che i primi vanno ad incrementare il numero dei secondi.

In altre parole, la condizione dell’esenzione dei contributi previdenziali relativi ai lavoratori svantaggiati richiede il rispetto di una proporzione, in termini di assunzioni, che rileva unicamente tra rapporti di analogo contenuto e con il medesimo regime contributivo.

Cass. Civ., Sez. lav., 10 novembre 2022, n. 33130

Redazione Consortium Forense 1960

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