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Il divieto dei patti successori

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Il divieto dei patti successori si spiega col fatto che, vincolando il de cuius, i medesimi gli toglierebbero la libertà di disporre che la legge riconosce ad ogni persona fino al momento della morte.

La vicenda aveva preso le mosse dalla domanda di un geometra nei confronti del fratello volta alla determinazione dei confini fra il terreno appartenente all’attore e la strada destinata a passaggio comune nella parte insistente nella proprietà del convenuto; il giudice di primo grado aveva parzialmente le domande determinando, appunto, il confine, ma aveva rigettato le altre domande relative alla divisione ereditaria attuatasi a valle della dipartita del padre.

Orbene, posta la conferma della decisione anche in secondo grado, e sorvolando sugli invero complessi episodi contrattuali che l’hanno colorata, la questine era infine giunta dinanzi alla Corte di Cassazione, che ha fornito alcuni importanti principi in tema di successioni e, segnatamente, di patti successori.

In tal senso, i giudici hanno ricordato che, posto il divieto di patti citati dettato dall’art. 458 c.c., questo si spiega col fatto che, vincolando il de cuius, i patti successori gli toglierebbero quella libertà di disporre che la legge riconosce ad ogni persona fino al momento della morte (secondo un antico brocardo, “ambulatoria est voluntas testanti usque ad vitae supremum exitum”).

È per questo che l’ordinamento riconosce ad ognuno la libertà di disporre delle proprie sostanze mediante quel negozio unilaterale, non recettizio, che è il testamento (art. 587 c.c.); e garantisce la revocabilità e modificabilità del testamento in ogni tempo, stabilendo espressamente che non si può in alcun modo rinunziare alla facoltà revocare o mutare le disposizioni testamentarie, aggiungendo che ogni clausola o condizione contraria non ha effetto (art. 679 c.c.).

Per altro, ai sensi dell’art. 458 c.c., comma 1, seconda parte, sono patti successori le convenzioni che abbiano per oggetto la costituzione, trasmissione o estinzione di diritti relativi ad una successione non ancora aperta e facciano, così, sorgere un vincolo iuris, di cui la disposizione ereditaria rappresenti l’adempimento. Per stabilire, quindi, se una determinata pattuizione ricada sotto la comminatoria di nullità di cui all’art. 458 c.c., occorre accertare: 1) se il vincolo giuridico con essa creato abbia avuto la specifica finalità di costituire, modificare, trasmettere o estinguere diritti relativi ad una successione non ancora aperta; 2) se la cosa o i diritti formanti oggetto della convenzione siano stati considerati dai contraenti come entità comprese nella futura successione; 3) se i disponenti abbiano contrattato o stipulato come aventi diritto alla successione stessa; 4) se l’assetto negoziale convenuto debba aver luogo “mortis causa”.

La norma in esame accomuna, infatti, sotto la sanzione di nullità anche i patti dispositivi, pur non costituendo questi propriamente negozi mortis causa, atteso che essi non regolano la devoluzione dell’eredità, ma presuppongono che la stessa si svolga secondo le sue regole, sicché neppure vincolano il de cuius. La nullità colpisce, peraltro, anche i patti dispositivi meramente obbligatori, che, cioè, obbligano a disporre di diritti da acquistare in una futura successione ereditaria.

Cass. Civ., Sez. II, 8 novembre 2022, n. 32855

Redazione Consortium Forense 1960

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