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Privacy: il docente può registrare le lezioni senza il consenso degli alunni?

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È legittimo il divieto del dirigente scolastico di registrare le lezioni, con potenziale registrazione delle conversazioni degli studenti, al fine di tutelare la loro riservatezza e di impedire contrasti tra alunni e docente.

Un docente di scuola secondaria superiore statale aveva impugnato l’ordine di servizio del dirigente dell’Istituto scolastico, con il quale gli veniva vietato di registrare le lezioni svolte in classe, chiedendo che ne fosse dichiarata l’illegittimità.

Sia il tribunale che la Corte d’Appello avevano respinto la sua istanza, ritenendo che, in base al D.P.R. n. 249 del 1998 (Regolamento recante lo Statuto degli studenti della scuola secondaria), art. 2, il docente dovesse coinvolgere gli studenti nelle decisioni rilevanti, tenendo conto del loro eventuale dissenso.

Per altro, a tenore dell’art. 4 codice privacy, comma 1, lett. a), costituisce “trattamento” dei dati personali anche la loro registrazione, indipendentemente dalla successiva comunicazione o diffusione. Secondo il Garante della privacy, in caso di registrazione di immagini e suoni, anche per uso personale, occorre informare preventivamente gli interessati, acquisire il loro consenso informato ed osservare tutte le cautele previste.

Infine, avevano osservato i giudici, il potere conformativo del datore di lavoro poteva estendersi a regolamentare le modalità di svolgimento delle mansioni; era legittimo il divieto del dirigente scolastico di registrare le lezioni, con potenziale registrazione delle conversazioni degli studenti, al fine di tutelare la loro riservatezza e di impedire contrasti tra alunni e docente. Nessun principio di rango costituzionale garantiva, invece, al docente il diritto a registrare le proprie lezioni, essendo inconferente il richiamo all’art. 97 Cost.

Il docente non ha incontrato maggior fortuna in sede di legittimità, laddove anche la Corte di Cassazione ha ritenuto di dover respingere il gravame da lui proposto.

I giudici hanno infatti rilevato che, posta la vigenza ratione temporis del D.Lgs n. 196 del 2003, art. 4, comma 1, lett. a)m, va ricordato che per “trattamento” si intende qualunque operazione, con o senza l’ausilio di strumenti elettronici, concernente (tra le altre attività) la registrazione di dati. Ai sensi dello stesso comma 1, della successiva lett. b), è “dato personale” “qualunque informazione” relativa a persona fisica, identificata o identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di identificazione personale.

L’espressione “qualunque informazione” comprende, in conformità alla disciplina Europea – all’epoca costituita dalla Dir. n. 95/56/CE, poi abrogata dal Reg. del 2016, art. 94, – tanto dati oggettivi che mere valutazioni; ciò che rileva è che si tratti di informazioni inerenti ad una persona fisica e che quest’ultima sia identificata o identificabile.

La voce di una persona registrata da un apparecchio elettronico costituisce, dunque, un dato personale se e in quanto essa consente di identificare la persona interessata. Del resto, dal considerando n. 16 e n. 17 della Dir. n. 95/46/CE, risulta che essa si applica al trattamento di dati in forma di suoni o immagini relativi a persone fisiche, se è automatizzato.

Nella specie, nella registrazione della lezione che si svolge in una classe possono essere contenuti interventi degli studenti, la cui persona è facilmente identificabile, trattandosi di una comunità ristretta.

Cass. Civ., Sez. lav., 5 maggio 2022, n. 14270

Redazione Consortium Forense 1960

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