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Creditori di un solo coniuge: si pignora l’intero bene

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La natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi, comporta che l’espropriazione, per crediti personali di uno solo dei coniugi, di un bene (o di più beni) in comunione abbia ad oggetto il bene nella sua interezza e non per la metà.

Un imprenditore, in ragione di alcuni crediti vantanti nei confronti di un negoziante, aveva sottoposto a pignoramento alcuni sui beni, o meglio la metà dei suddetti, ricadendo tali beni nell’ambito della comunione legale con la moglie. Il Tribunale, anche a seguito di istanza volta a procedere alla divisione avanzata dalla comproprietaria, aveva disposto la divisione dei beni pignorati, sospendendo la procedura esecutiva limitatamente ai beni ancora in comunione. I coniugi avevano poi introdotto il giudizio di divisione in relazione a tali ultimi beni, ma la domanda era stata rigettata. E dello stesso avviso si era palesata la Corte d’Appello, che, nel rigettare il gravame, aveva precisato che la natura dei diritti oggetto di causa era ostativa alla loro divisibilità, in quanto difettava l’esistenza di un bene comune suscettibile di scioglimento ex art. 1111 c.c.

Del resto, i giudici hanno sottolineato che la giurisprudenza ha riconosciuto la pignorabilità per l’intero dei beni in comunione legale, atteso che si verte in materia di comunione senza quote o a mani riunite, per la quale il creditore può procedere all’aggressione in via esecutiva per l’intera proprietà, mancando una quota di spettanza dei singoli coniugi.

Infine, dello stesso parere si è rivelata anche la Corte di Cassazione, che, allo stesso modo delle corti di merito, ha respinto il ricorso presentato dai coniugi.

La Corte ha ricordato infatti che la natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi comporta che l’espropriazione, per crediti personali di uno solo dei coniugi, di un bene (o di più beni) in comunione abbia ad oggetto il bene nella sua interezza e non per la metà, con scioglimento della comunione legale limitatamente al bene staggito all’atto della sua vendita od assegnazione e diritto del coniuge non debitore alla metà della somma lorda ricavata dalla vendita del bene stesso o del valore di questo, in caso di assegnazione.

La comunione legale tra i coniugi costituisce, nella interpretazione giurisprudenziale assolutamente prevalente, una comunione senza quote, nella quale i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente ad oggetto tutti i beni di essa e rispetto alla quale non è ammessa la partecipazione di estranei, trattandosi di comunione finalizzata, a differenza della comunione ordinaria, non già alla tutela della proprietà individuale, ma piuttosto a quella della famiglia.

La possibilità che la stessa possa sciogliersi nei soli casi previsti dalla legge ed il regime di indisponibilità da parte dei singoli coniugi, sin quando non decidano di mutare integralmente il loro regime patrimoniale, con atti dalla forma solenne opponibili ai terzi soltanto con l’annotazione formale a margine dell’atto di matrimonio, importa quindi che la quota non sia quindi un elemento strutturale della proprietà.

Inoltre, nei rapporti coi terzi, ciascuno dei coniugi, mentre non ha diritto di disporre della propria quota, può tuttavia disporre dell’intero bene comune.

Da tali premesse ha tratto, quindi, la conclusione dell’inapplicabilità sia della disciplina dell’espropriazione di quote (di cui all’art. 599 c.p.c. e s.s.), sia di quella contro il terzo non debitore, ed ha quindi affermato la necessità di dover aggredire il bene per l’intero, nei limiti dei diritti nascenti dalla comunione legale, con lo scioglimento della comunione legale limitatamente a quel bene.

Cass. civ., Sez. VI, 14 gennaio 2021, n. 506

Redazione Consortium Forense 1960

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