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Danni da malpractice: la responsabilità del medico e della struttura prima della Legge Gelli

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In tema di danni da malpractice medica nel regime anteriore alla L. n. 24 del 2017, nell’ipotesi di colpa esclusiva del medico la responsabilità deve essere paritariamente ripartita tra struttura e sanitario.

Nella vicenda in esame, gli ermellini hanno fornito una serie di interessanti precisazioni circa il regime di responsabilità da applicare nel caso di fattispecie di responsabilità medica sorte però prima dell’introduzione della Legge Gelli.

Tralasciando il merito della questione (che aveva visto un ex paziente citare in giudizio sia la struttura ospedaliera presso la quale era stato ricoverato che il medico che aveva eseguito l’operazione e prevalere su entrambi sia innanzi alle corti di merito che davanti alla Corte di Cassazione), gli ermellini hanno ricordato, infatti, che la più frequente ricostruzione dell’istituto, oggi peraltro smentita testualmente dal disposto della L. n. 24 del 2007, art. 7, comma 1, – la struttura sanitaria che, nell’adempimento della “propria” obbligazione, si avvalga dell’opera degli esercenti la professione sanitaria, risponde ai sensi degli artt. 1218 e 1228 c.c. – sovrappone, erroneamente, una fattispecie di responsabilità diretta per fatto proprio ex art. 1228 c.c., dell’ente impersonale (che si serve di ausiliari quale strumento di attuazione dell’obbligazione contrattuale verso il paziente) pur sempre fondata sull’elemento soggettivo dell’ausiliario (il che ne esclude la configurabilità in termini di responsabilità oggettiva: se non è accertata la colpa dell’ausiliario, la domanda risarcitoria sarà rigettata (salva, per quanto poc’anzi specificato, una autonoma responsabilità “organizzativa” della struttura stessa), con la responsabilità indiretta per fatto altrui (concordemente ritenuta di tipo oggettivo) dell’imprenditore per i fatti dei propri dipendenti, disciplinata dall’art. 2049 c.c.

Poiché nella fattispecie di cui all’art. 2049 c.c. i due soggetti, il padrone ed il commesso, rispondono per titoli distinti ma uno solo di essi è l’autore del danno, non si verifica l’ipotesi del concorso nella produzione del fatto dannoso e la conseguente ripartizione dell’onere risarcitorio secondo i criteri fissati dall’art. 2055 c.c. Non essendo configurabile alcun apporto propriamente causale del preponente alla verificazione del danno, ferma la corresponsabilità solidale nei confronti del danneggiato, il preponente responsabile – in estensione della tutela del terzo – per il fatto altrui, può agire in regresso contro l’effettivo autore del fatto per l’intero e non “pro quota”.

Sebbene la norma di cui all’art. 2055 c.c., comma 2, non detti alcuna disciplina del regresso nell’ipotesi di concorso tra responsabili senza colpa e colpevoli, deve riconoscersi che, dovendo escludersi in tal caso la possibilità di ripartire l’onere del risarcimento tra i coobbligati in proporzione a distinte colpe e quindi di attribuire al responsabile per fatto altrui (come il committente), per definizione estraneo alla produzione dell’evento dannoso, una qualsiasi porzione dell’onere nei rapporti interni col responsabile diretto del fatto dannoso, il responsabile mediato o indiretto, che ha risarcito il danno in ragione della solidarietà verso il danneggiato, potrà logicamente esercitare l’azione di regresso, nei confronti dell’autore immediato del danno, per l’intera somma pagata.

Cass., 11 novembre 2019, n. 28987

Redazione Consortium Forense 1960

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