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Il danno alla professionalità

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Il danno alla professionalità, conseguente al demansionamento, deve essere allegato dal lavoratore che lo lamenta e può essere quantificato dal giudice anche in via equitativa ai sensi dell’art. 1126 c.c.

La questione giunta e risolta dalla Corte di Cassazione concerneva la richiesta di risarcimento del danno professionale conseguente al demansionamento di cui si doleva un dirigente di società.

Orbene, gli ermellini, accordando favore alla sua posizione, ha preso le mosse dalla giurisprudenza di legittimità in tema di risarcimento del danno derivante da dequalificazione professionale per violazione dell’art. 2103 c.c., secondo la quale il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte. Si tratta di protezione tradizionalmente intesa come di contenuto inderogabile, rispetto alla quale il secondo comma della citata norma sancisce la nullità di ogni patto contrario.

La norma è violata, avuto riguardo alla libertà ed alla dignità del lavoratore nei luoghi in cui presta la sua attività ed al sistema di tutela del suo bagaglio professionale, quando il dipendente venga assegnato a mansioni inferiori.

L’inadempimento datoriale può comportare un danno da perdita della professionalità di contenuto patrimoniale che può consistere sia nell’impoverimento della capacità professionale del lavoratore e nella mancata acquisizione di un maggior saper fare, sia nel pregiudizio subito per la perdita di chance, ossia di ulteriori possibilità di guadagno o di ulteriori potenzialità occupazionali.

Naturalmente, il danno derivante da demansionamento e dequalificazione professionale non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale, ma può essere provato dal lavoratore anche mediante il meccanismo presuntivo, secondo i dettami dell’art. 2779 c.c., attraverso l’allegazione di elementi gravi, precisi e concordanti.

Ciò posto, la Corte ha dunque concluso asserendo che il danno alla professionalità, conseguente al demansionamento, deve essere allegato dal lavoratore che lo lamenta e può essere quantificato dal giudice anche in via equitativa ai sensi dell’art. 1126 c.c., ma nell’ambito del proprio potere discrezionale, il giudice è chiamato in motivazione a rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione, consentendo il sindacato nel rispetto dei principi del danno effettivo e dell’integralità del risarcimento, attraverso l’indicazione almeno sommaria dei criteri seguiti per determinare l’entità del danno.

Cass., Sez. Lav., 20 giugno 2019, n.16595

Redazione Consortium Forense 1960

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