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Il demansionamento può essere giusta causa di dimissioni?

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La valutazione della idoneità della condotta del datore di lavoro sotto il profilo del demansionamento a costituire giusta causa di dimissioni del lavoratore si risolve in un accertamento di fatto.

La vicenda aveva preso le mosse dalle dimissioni presentate da un dipendente, dimissioni causate dal demansionamento di cui il medesimo era stato vittima. Orbene, la banca presso cui era impiegato aveva ingiunto il pagamento di una somma a titolo di penale in relazione all’inadempimento del patto di stabilità sottoscritto dalle parti: queste, infatti, avevano sottoscritto un patto in base al quale in mancanza di giusta causa il lavoratore dimessosi avrebbe dovuto corrispondere alla Banca il corrispettivo di quattro mesi su sei di preavviso non lavorato.

Orbene, la Corte di Cassazione ha evidenziato che la potenzialità lesiva di un provvedimento di attribuzione di mansioni che si assumono essere inferiori deve essere calibrata con riguardo al contesto in cui tale demansionamento viene in rilievo.

Non ogni modificazione quantitativa delle mansioni affidate al lavoratore è sufficiente ad integrare un demansionamento e, nell’accertarne l’esistenza, occorre avere riguardo all’incidenza della riduzione delle mansioni sul livello professionale raggiunto dal dipendente, sulla sua collocazione nell’ambito aziendale, e, con riguardo al dirigente, altresì alla rilevanza del ruolo rivestito nell’ambito dell’organizzazione dell’impresa.

L’art. 2103 c.c. – nella formulazione vigente in epoca anteriore al D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81 è volto infatti a far salvo il diritto del lavoratore alla utilizzazione, al perfezionamento ed all’accrescimento del proprio corredo di nozioni, di esperienza e di perizia acquisite nella fase pregressa del rapporto ed ad impedire, conseguentemente, che le nuove mansioni determinino una perdita delle potenzialità professionali acquisite o affinate sino a quel momento, o che per altro verso comportino una sottoutilizzazione del patrimonio professionale del lavoratore, avendosi riguardo non solo alla natura intrinseca delle attività esplicate dal lavoratore ma anche al grado di autonomia e discrezionalità nel loro esercizio, nonché alla posizione del dipendente nel contesto dell’organizzazione aziendale del lavoro. Una violazione della lettera e della ratio dell’art. 2103 c.c., può quindi ipotizzarsi, in considerazione degli interessi sostanziali tutelati dal legislatore, allorquando la modifica qualitativa delle mansioni assegnate al dipendente determini in concreto un progressivo depauperamento del suo bagaglio culturale ed una perdita di quelle conoscenze ed esperienze richieste dal tipo di lavoro svolto, che finiscono per tradursi, in ultima analisi, in un graduale appannamento della professionalità ed in una sua più difficile futura utilizzazione.

Per altro, la valutazione della idoneità della condotta del datore di lavoro sotto il profilo del demansionamento a costituire giusta causa di dimissioni del lavoratore ex art. 2119 c.c., si risolve in un accertamento di fatto, rimesso al giudice del merito ed è incensurabile in sede di legittimità se congruamente motivato

Cass. civ., Sez. Lav., 19 gennaio 2021, n. 811

Redazione Consortium Forense 1960

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