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Distribuzione di farmaci: è legittimo l’accordo sottoscritto tra la ASL e le farmacie

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È legittimo l’accordo sottoscritto tra l’azienda sanitaria locale e alcune farmacie e poi inserito in una delibera di Giunta, per la distribuzione diretta di determinati farmaci, essendo data dal legislatore prevalenza alla distribuzione diretta.

L’interessante vicenda aveva preso le mosse dall’accordo siglato dalla ASL e da alcune farmacie volto alla distribuzione di determinati farmaci: nella specie, a fronte di alcune questioni insorte, si discorreva della sua legittimità.

Orbene, in merito alla natura e alla funzione di tali accordi, si è osservato l’art. 8, comma 1, del decreto-legge 18 settembre 2001, n. 347, convertito dalla legge 16 novembre 2001, n. 405, vuole solo consentire il controllo della spesa sanitaria per determinare una sorta di stabilizzazione dei volumi da commerciare.

Per altro, le regioni, anche con provvedimenti amministrativi, possono stipulare accordi con le associazioni sindacali delle farmacie convenzionate, pubbliche e private, per consentire agli assistiti di rifornirsi delle categorie di medicinali che richiedono un controllo ricorrente del paziente anche presso le farmacie predette con le medesime modalità previste per la distribuzione attraverso le strutture aziendali del Servizio sanitario nazionale, da definirsi in sede di convenzione regionale.

Peraltro, l’accordo oggetto di approvazione con la delibera in esame si inserisce nel quadro della ricorrente necessità di limitare la spesa pubblica in materia sanitaria.

La ratio del citato art. 8 è in linea con esigenze di contenimento della spesa pubblica, come dimostrano i lavori preparatori relativi alla sua stesura: la formulazione della lettera “a” della norma scaturisce infatti da un emendamento, presentato al Senato, motivato dal relatore adducendo lo scopo di “apportare qualche aggiustamento in merito alla distribuzione diretta dei farmaci per consentire che essa avvenga capillarmente, utilizzando il sistema delle farmacie, senza perdere il beneficio dell’acquisto con lo sconto del 50%” (….) L’aver affidato ad un provvedimento amministrativo regionale la facoltà di ampliare le categorie di medicinali per i quali è ammessa la distribuzione diretta non è sintomatico di irragionevolezza, ma testimonia della discrezionalità affidata dal legislatore nazionale alle regioni di approntare sistemi utili a contenere la spesa farmaceutica, nell’interesse pubblico e nel rispetto del mutato quadro delle competenze normative fissato dal titolo V della Costituzione; l’estensione dello sconto obbligatorio sui farmaci costituisce prestazione patrimoniale imposta di natura tributaria, per cui non è prospettabile una incidenza sul diritto di iniziativa economica privata, che si riferisce ad ambiti diversi da quello impositivo.

La norma sarebbe dunque ispirata al principio della prevalenza della distribuzione diretta: “previo accordo” perché, in via derogatoria rispetto alla regola generale, si attribuiscono alle farmacie funzioni proprie delle strutture sanitarie pubbliche (distribuzione capillare di farmaci che necessitano di un controllo).

L’accordo in questione, in considerazione del suo contenuto e della sua funzione, non ha pertanto natura di negozio giuridico di diritto privato, perché regola quelli che la dottrina definisce beni sottratti alla comune circolazione giuridica.

Esso va piuttosto qualificato – coerentemente, peraltro, alla prospettazione posta a fondamento del terzo motivo di appello – all’interno della categoria disciplinata dall’art. 11 della legge n. 241/1990, come accordo di natura endoprocedimentale ed integrativa, avente contenuto destinato a riversarsi nel provvedimento finale.  Si tratta pertanto di accordi che sono espressione di potere amministrativo.

Cons. St., Sez. III, 11 giugno 2021, n. 4514

Redazione Consortium Forense 1960

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