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La clausola penale

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La clausola penale si configura come mezzo rafforzativo del vincolo contrattuale sul diverso e successivo piano degli effetti dell’eventuale inadempimento.

La singolare vicenda aveva visto una società di trasporto su rotaia citare in giudizio un proprio dipendente, nella specie un capo treno, in relazione ad una contestata incauta custodia di 56 biglietti sottrattigli in occasione del furto di un borsello agganciato al trolley mentre si recava al treno, chiedendo il risarcimento del relativo danno.

Orbene, a parere delle corti di merito, posto che la circolare, predisposta unilateralmente, con la quale era stato stabilito il valore convenzionale del singolo biglietto ed era stato previsto, in caso di smarrimento, l’obbligo di risarcire il danno, non era vincolante per il lavoratore, la condotta illecita che aveva determinato lo smarrimento era sanzionabile disciplinarmente; il danno, per essere risarcito, doveva essere provato ben potendo accadere che dallo smarrimento non ne derivasse alla società alcuno.

Pertanto, è stato escluso che potesse essere inquadrato come clausola penale e, con riguardo alla prova del danno, la Corte d’Appello, in particolare, aveva ribadito che se il valore convenzionale era quello da assegnare in caso di prova del fraudolento utilizzo dei biglietti, era comunque necessario provare che gli stessi erano stati effettivamente utilizzati.

La questione giungeva così innanzi alla Corte di Cassazione, sulla scorta del gravame presentato dalla società, dove ha visto la medesima conclusione: gli ermellini hanno infatti rigettato le ragioni della ricorrente.

La Corte ha, nella specie, ricordato che la clausola penale si configura come mezzo rafforzativo del vincolo contrattuale sul diverso e successivo piano degli effetti dell’eventuale inadempimento. Essa costituisce una concordata liquidazione anticipata del danno derivatone, indipendentemente dalla prova della sua effettiva esistenza. Se l’ammontare fissato nella clausola penale venga a configurare, secondo l’apprezzamento discrezionale del giudice, un abuso o uno sconfinamento dell’autonomia privata oltre determinati limiti di equilibrio contrattuale, questa può essere equamente ridotta.

Si tratta di pattuizione accessoria del contratto convenuta dalle parti per rafforzare, da un lato, il vincolo contrattuale e per stabilire, dall’altro, preventivamente, una determinata sanzione per il caso di inadempienza o di ritardo nell’adempimento, con l’effetto di limitare alla prestazione prevista il risarcimento del danno indipendentemente dalla prova dell’effettivo pregiudizio economico verificatosi.

Presupposto indispensabile per la sua esistenza e che essa sia stata oggetto di specifica contrattazione e comunque approvazione poiché la previsione di clausole penali accessorie al contratto di lavoro non si sottrae alla regola comune della necessità del consenso e non rientra tra i poteri unilaterali di conformazione della prestazione di lavoro rimessi alla parte datoriale.

La circolare sulla quale premeva la società, invece, è un atto unilaterale del datore di lavoro che conteneva direttive ma non era stato oggetto di contrattazione, accordo con le organizzazioni sindacali, né era stato accettato dal lavoratore al quale era stato solo comunicato. In definitiva, in mancanza di un incontro di volontà formalizzato in un atto, non può ravvisarsi, nella fattispecie, la sussistenza di alcuna clausola penale.

Cass. civ., Sez. Lav., 1 dicembre 2020, n. 27422

Redazione Consortium Forense 1960

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