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Matrimonio: violazione del dovere di fedeltà e risarcimento del danno

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La natura giuridica del dovere di fedeltà derivante dal matrimonio implica che la sua violazione non sia sanzionata unicamente con le misure tipiche del diritto di famiglia, quale l’addebito della separazione, ma possa dar luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali.

Questi i termini con cui la Corte di Cassazione ha definito la questione a lei giunta. Nella specie, la vicenda aveva preso le mosse da una separazione personale con addebito nei confronti della moglie; la sentenza di primo grado, tuttavia, aveva rigettato la domanda dell’ex marito di risarcimento del danno causato dalla violazione del dovere di fedeltà – che aveva dato luogo, appunto, all’addebito – dell’ormai ex coniuge. Il decisum era stato poi confermato dalla Corte d’Appello, che aveva riaffermato l’addebito, con quel che ne consegue dal punto di vista del diritto di famiglia, ed escluso nuovamente il risarcimento del danno. In particolare, mentre l’addebito era, appunto, motivato dall’infedeltà coniugale, quale causa determinante della intollerabilità della convivenza matrimoniale, il rigetto della domanda risarcitoria era basato sulla mancanza della prova del danno ingiusto e del nesso causale con una condotta illecita della moglie, non riscontrabile nella sola infedeltà coniugale.

Orbene, la Corte di Cassazione, pur dovendo rigettare il ricorso presentato (ricorso che presupponeva un nuovo apprezzamento di fatto, precluso com’è noto agli ermellini, eccezion fatta per casi peculiari), ha tuttavia ricordato che la natura giuridica del dovere di fedeltà derivante dal matrimonio implica che la sua violazione non sia sanzionata unicamente con le misure tipiche del diritto di famiglia, quale l’addebito della separazione, ma possa dar luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali ex art. 2059 c.c., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia a ciò preclusiva, sempre che la condizione di afflizione indotta nel coniuge superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, quale, in ipotesi, quello alla salute o all’onore o alla dignità personale.

La sussistenza di tale condizione in concreto costituisce oggetto di accertamenti e valutazioni di fatto riservate al giudice di merito, censurabili alle ristrette condizioni, non ricorrenti nella specie, di cui al novellato art. 360 c.p.c., n. 5.

Cass. civ., Sez. VI, 19 novembre 2020, n. 26383

Redazione Consortium Forense 1960

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