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Opposizione all’esecuzione e fatti anteriori: il titolo

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Opposizione all’esecuzione e fatti anteriori: il titolo esecutivo giudiziale resiste all’intervento delle S.U. 11066/2012.

La Corte d’appello di Milano si pronuncia alla luce delle S.U. 11066/2012 su un’opposizione a precetto ex art.615 c.p.c. proposta contro un titolo esecutivo giudiziale, sulla base di fatti estintivi anteriori alla sua formazione.

Il caso: il Tribunale aveva condannato il convenuto al risarcimento dei danni subiti dagli attori, figli di una persona deceduta a seguito di sinistro stradale. Il debitore pretendeva di detrarre dagli importi fissati in sentenza gli acconti pagati nel corso del giudizio, incontestati ma ignorati dal Tribunale. Per tale ragione ha proposto opposizione a precetto ex art.615 c.p.c.. L’azione è stata accolta in primo grado e rigettata in appello. La sentenza della Corte d’Appello va segnalata perché la motivazione si incentra sulle nuove regole dettate dalle S.U. con sentenza n.11066/2012. Le S.U. avevano dato risposta positiva al quesito “se, per intendere il significato e l’estensione dell’accertamento compiuto dal giudice con la sentenza ed in genere per decidere della sua autorità, sia dato integrare il pensiero del giudice consegnato alla sentenza con quanto risulta dagli atti delle parti, dai documenti da esse prodotti, dalle relazioni degli ausiliari del giudice, se ne siano stati introdotti nel processo in cui la sentenza che ha definito quel giudizio è stata pronunziata”.

La decisione era stata accolta da critiche molto accese da parte della dottrina. Tra le tante “Perché la soluzione offerta dalle Sezioni Unite è pericolosa, e non può essere condivisa?… Insomma, la sentenza delle Sezioni Unite non può calarsi armonicamente nel contesto dell’esecuzione, per come lo si conosce e lo si pratica, perché confligge con tutti gli istituti di essa che ruotano attorno al suo perno fondamentale, il titolo esecutivo; ed è auspicabile che, quanto prima, la stessa Cassazione abbia occasione di tornare sul punto, davvero delicatissimo, per restituire al titolo esecutivo le sue caratteristiche istituzionali e soprattutto la sua funzione di certezza, autonomia e astrattezza che è la sola che conti nella prospettiva dell’esecuzione forzata” (CAPPONI B., Autonomia, astrattezza, certezza del titolo esecutivo: requisiti in via di dissolvenza?, in Corr. Giur. n. 10/2012, 1169 ss.) e “C’era una volta la actio judicati; venne poi il titolo esecutivo, cioè – fuor di formula – l’esclusione di indagine sulla causa del titolo stesso, con le parallele impugnazioni, di forma o di merito, autonome, estrinseche e tuttavia idonee ad incidere sull’esito finale del procedimento giustificato dal titolo. Oggi le Sezioni Unite ci indirizzano verso una sorta di actio judicati a parti invertite, dove al concetto di titolo quale normativa autosufficiente succede lo sbiadito concetto di “titolo aperto”, un titolo in senso debole con la più modesta funzione di produrre tale inversione” (SASSANI B., Da “normativa autosufficiente” a “titolo aperto”. Il titolo esecutivo tra corsi, ricorsi e nomofilachia., in Judicum.it).
Effettivamente poteva essere fonte di incertezze l’apertura delle S.U.: “Se dunque si considera la precisa individuazione dell’obbligo dichiarato dal giudice non come un requisito formale del provvedimento giudiziario, ma come ciò che il giudice di merito deve essere stato messo in grado di accertare ed è dimostrabile abbia accertato, quando si integri ciò che nel provvedimento è dichiarato, con ciò che gli è stato chiesto e vi appare discusso, si ottiene il sicuro vantaggio di costringere le parti del rapporto controverso al parlare chiaro”, perché poneva in secondo piano il momento della decisione.
La successiva giurisprudenza di legittimità ha chiarito quest’aspetto, precisando e limitando la portata innovativa della sentenza delle S.U. con riguardo agli spazi di interpretazione/interpretazione rimessi al Giudice dell’opposizione: “La questione dei concreti limiti di integrabilità del titolo è stata comunque di recente sottoposta a sensibile rivisitazione critica dalle Sezioni Unite di questa Corte regolatrice. Esse hanno infatti riconosciuto il potere, per il giudice dell’esecuzione, di integrare il pensiero del giudice della cognizione con quanto risulta dagli atti delle parti, dai documenti da esse prodotti, dalle relazioni degli ausiliari del giudice, se ne siano stati introdotti nel processo in cui la sentenza che ha definito quel giudizio è stata pronunziata: e tutto ciò alla sola condizione che della questione si sia effettivamente dibattuto e sulla stessa possa concludersi essere intervenuta una decisione, sebbene non esplicitata” (Cass., 31-10-2014, n. 23159).

La Corte d’appello di Milano con la sentenza che si segnala ha affermato che “L’interpretazione extratestuale del titolo, in virtù degli elementi acquisiti nel processo in cui si è formato, è quindi ammissibile solo e nella misura in cui le relative questioni siano state trattate nel corso dello stesso – rectius il giudice sia stato messo nelle condizioni di poterle accertare – e possano intendersi come ivi decise od oggetto di valutazione, non risultando, tuttalpiù, l’esplicazione della loro soluzione nel titolo stesso (…) questioni comunque esaminate e risolte e di cui sia solo mancata un’adeguata estrinsecazione al momento della formazione del documento (…). Nel caso di specie il giudice di merito è stato messo in grado di accertare il versamento dell’acconto, dichiarato chiaramente nel verbale di causa (…), ma non è dimostrabile che tale elemento sia stato accertato e che sia stato oggetto di una valutazione del giudice, seppur non esplicitata”.

Sembra quindi che un punto di equilibrio sia stato individuato dalla giurisprudenza distinguendo la precisazione del contenuto del titolo esecutivo, ove può operare l’integrazione extratestuale, e la modificazione dello stesso, nella quale opera la sola interpretazione, attività comunque circoscritta, per usare le parole delle Sezioni Unite, al documento: l’integrazione può consentire di rendere liquido un credito, che non emerga tale dal titolo, ma non può estinguere o modificare il diritto risultante dal titolo esecutivo.

 

Corte App., Milano, 11 ottobre 2017, n. 4270

Avv. Massimo Scantamburlo (Foro di Padova)
Avv. Lorenzo Bianchi (Foro di Milano)

 

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