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Ripetizione-indebito- decorrenza

Ripetizione dell’indebito e termini di decorrenza

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Ripetizione dell’indebito: posto che la relativa azione presuppone l’inesistenza dell’obbligazione adempiuta, derivante dall’assenza originaria di un titolo che la giustifichi o dal successivo venir meno dello stesso per annullamento, rescissione o inefficacia connessa all’avveramento di una condizione risolutiva, le due fattispecie devono essere tenute distinte ai fini della decorrenza del termine di prescrizione, che va ancorata nel primo caso alla data di effettuazione del pagamento, e nel secondo alla data in cui, per effetto del venir meno del titolo, sorge e diviene azionabile il diritto alla restituzione.

Nella vicenda in esame, un istituto bancario aveva convenuto in giudizio una società per sentirla condannare alla restituzione di una data somma, indebitamente corrisposta a causa di un doppio pagamento.

Posto che la questione era nata da una vicenda che aveva visto il fallimento di una terza società, della quale l’azienda convenuta era garante, è opportuno in questa sede sorvolare sulle intricate questioni di natura processuale che l’hanno colorata e soffermarsi sulla definizione della medesima da parte della Corte di Cassazione.

I giudici hanno ricordato che in tema di ripetizione dell’indebito, posto che la relativa azione presuppone l’inesistenza dell’obbligazione adempiuta, derivante dall’assenza originaria di un titolo che la giustifichi o dal successivo venir meno dello stesso per annullamento, rescissione o inefficacia connessa all’avveramento di una condizione risolutiva, le due fattispecie devono essere tenute distinte ai fini della decorrenza del termine di prescrizione, che va ancorata nel primo caso alla data di effettuazione del pagamento, e nel secondo alla data in cui, per effetto del venir meno del titolo, sorge e diviene azionabile il diritto alla restituzione. Al primo gruppo di fattispecie dev’essere ricondotta anche l’ipotesi in cui il pagamento sia stato effettuato in virtù di un titolo del quale sia stata successivamente accertata la nullità, dal momento che tale forma d’invalidità, afferendo agli elementi genetici del negozio, si traduce nel difetto ab origine di una valida causa solvendi, rispetto al quale la pronuncia giudiziale opera con efficacia meramente dichiarativa, con la conseguenza che il termine di prescrizione dell’azione restitutoria non può fatto decorrere dalla data di tale pronuncia, ma va ancorato a quella del pagamento, non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la mancanza di un giudicato in ordine alla nullità del titolo.

Ancora diversa è infine l’ipotesi in cui il pagamento sia stato effettuato in esecuzione di una pronuncia di condanna successivamente riformata o cassata, trattandosi di una fattispecie comunemente ritenuta non riconducibile allo schema della ripetizione dell’indebito, in quanto collegata all’esigenza di restaurazione della situazione patrimoniale anteriore al provvedimento annullato, nonché indipendente da qualsiasi valutazione in ordine alla buona o alla mala fede dell’accipiens, avuto riguardo alla comune consapevolezza della rescindibilità del titolo in base al quale è stato effettuato il pagamento ed alla provvisorietà dei suoi effetti, che escludono la possibilità di attribuire rilievo a stati soggettivi.

In ragione dei principi richiamati, deve allora escludersi che qualora il pagamento dovuto al creditore sia stato effettuato, in data successiva alla dichiarazione di fallimento di quest’ultimo, in favore di un soggetto diverso dal curatore, a sua volta creditore del fallito, il diritto alla ripetizione del solvens nei confronti dell’accipiens, a seguito della dichiarazione di inefficacia ai sensi della L. Fall., art. 44, sorga soltanto per effetto della relativa pronuncia giudiziale, con la conseguente decorrenza del termine di prescrizione dal passaggio in giudicato della stessa. L’inefficacia che colpisce gli atti, ivi compresi i pagamenti, posti in essere dal fallito successivamente alla dichiarazione di fallimento, ai sensi dell’art. 44 cit., trovando la sua ratio non già nel pregiudizio sofferto dai creditori, ma nella perdita da parte del debitore della disponibilità dei propri beni e diritti patrimoniali, che si determina per effetto della sentenza di fallimento, si distingue infatti da quella prevista dalla L. Fall., art. 67, operando di pieno diritto, senza necessità di una apposita pronuncia giudiziale, sicché la relativa azione, a differenza della revocatoria, non ha carattere costitutivo, bensì dichiarativo, in quanto funzionale ad una declaratoria di nullità dell’atto nei confronti del fallimento e dei creditori, principio che trova applicazione non solo ai pagamenti volontari, ma anche a quelli coattivi.

Cass. civ., Sez. I, 11 gennaio 2022, n. 621

Redazione Consortium Forense 1960

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