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Separazione-addebito-responsabilità

Separazione: l’addebito è fonte di responsabilità?

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L’addebito della separazione personale dei coniugi, di per sé considerato, non è fonte di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c.

Nell’ambito di una vicenda di separazione personale, il tribunale aveva dichiarato l’addebito a carico del marito a causa della violazione del dovere di fedeltà. La vicenda giudiziaria era poi andata avanti e, tra le domande proposte, vi era stata anche quella, da parte dell’ormai ex moglie, di risarcimento del danno.

Tuttavia, giunta la questione innanzi alla Corte di Cassazione, gli ermellini hanno rigettato il gravame della ricorrente: quest’ultima aveva infatti impugnato la sentenza di secondo grado che non le aveva riconosciuto il diritto al risarcimento del danno richiesto.

La Cassazione ha ricordato che, per orientamento consolidato, l’addebito della separazione, di per sè considerato, non è fonte di responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c., determinando, nel concorso delle altre circostanze specificamente previste dalla legge, solo il diritto del coniuge incolpevole al mantenimento, con la conseguenza che la risarcibilità dei danni ulteriori è configurabile solo se i fatti che hanno dato luogo all’addebito integrano gli estremi dell’illecito ipotizzato dalla clausola generale di responsabilità espressa dalla norma citata.

Inoltre, l’assegno di separazione presuppone, invero, la permanenza del vincolo coniugale, e, conseguentemente, la correlazione dell’adeguatezza dei redditi con il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; al contrario tale parametro non rileva in sede di fissazione dell’assegno divorzile, che deve invece essere quantificato in considerazione della sua natura assistenziale, compensativa e perequativa, secondo i criteri indicati alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6.

L’obbligo di assistenza materiale trova attuazione nel riconoscimento di un assegno di mantenimento in favore del coniuge che versa in una posizione economica deteriore e non è in grado, con i propri redditi, di mantenere un tenore di vita analogo a quello offerto dalle potenzialità economiche dei coniugi.

La norma con l’espressione “redditi adeguati” si riferisce al tenore di vita consentito dalle possibilità economiche dei coniugi. È, quindi, necessaria dapprima la verifica per appurare se i mezzi economici di cui dispone il coniuge richiedente gli consenta o meno di conservare un tenore di vita analogo a quello offerto dalle potenzialità economiche dei coniugi e, nel caso di esito negativo di detto accertamento, deve procedersi a una valutazione comparativa dei mezzi di cui dispone ciascun coniuge, nonché di particolari circostanze, quali ad esempio la durata della convivenza.

Inoltre, in materia di assegno di separazione, si è affermato che l‘art. 156 c.c., comma 2, stabilisce che il giudice debba determinare la misura dell’assegno tenendo conto non solo dei redditi delle parti ma anche di altre circostanze non indicate specificatamente, né determinabili “a priori”, ma da individuarsi in tutti quegli elementi fattuali di ordine economico, o comunque apprezzabili in termini economici, diversi dal reddito ed idonei ad incidere sulle condizioni economiche delle parti, la cui valutazione, peraltro, non richiede necessariamente l’accertamento dei redditi nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi.

Cass. civ., Sez. I, 6 agosto 2020, n. 16740

Redazione Consortium Forense 1960

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