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Usucapione: atti interruttivi del possesso

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In tema di usucapione, risultano tassativamente elencati gli atti interruttivi del possesso, ragion per cui non è consentito attribuire efficacia interruttiva ad atti diversi da quelli stabiliti dalla legge.

Nella vicenda de qua, una società aveva proposto domanda nei confronti di una società cooperativa volta all’accertamento e alla dichiarazione di acquisto in suo favore a titolo di usucapione della proprietà di un locale, asserendo di averlo posseduto ininterrottamente per oltre vent’anni.

Mentre il giudice di primo grado aveva respinto la domanda dell’attrice, la Corte d’Appello aveva invece accolto le sue ragioni; decisione che è stata poi confermata in sede di legittimità, avendo ritenuto i giudici doversi rigettare il ricorso proposto dalla cooperativa.

In particolare, la Corte ha ricordato che in tema di usucapione, poiché – con il rinvio fatto dall’art. 1165 c.c. al successivo art. 2943 – risultano tassativamente elencati gli atti interruttivi del possesso, non è consentito attribuire efficacia interruttiva ad atti diversi da quelli stabiliti dalla legge (per quanto con essi si sia inteso manifestare la volontà di conservare il diritto, giacché la tipicità dei modi di interruzione della prescrizione non ammette equipollenti), con la conseguenza che non può riconoscersi tale efficacia se non ad atti che comportino, per il possessore, la perdita materiale del potere di fatto sulla cosa, ovvero ad atti giudiziali diretti ad ottenere “ope iudicis” la privazione del possesso nei confronti del possessore usucapiente, con conseguente irrilevanza, pertanto, di meri atti deliberativi privati che non comportino alcuna diretta incidenza sulla relazione materiale con il bene del possessore.

Per altro, quando è dimostrato il potere di fatto, pubblico e indisturbato, esercitato sulla cosa per il tempo necessario ad usucapirla, ne deriva, a norma dell’art. 1141 c.c., comma 1, la presunzione che esso integri il possesso, con la conseguenza che incombe alla parte – la quale correli detto potere ad una condizione di detenzione – provare il suo assunto, dovendosi, in mancanza, ritenere l’esistenza della prova del possesso ad usucapionem.

Allo stesso modo costituisce principio pacifico quello secondo cui si presume possessore del bene colui che esercita il potere di fatto su di essa perché ranimus possidendi è normalmente insito nell’esercizio di tale potere, che lo rende manifesto, e pertanto spetta a chi contesta tale possesso provare gli atti di tolleranza o i titoli giustificativi della detenzione.

Inoltre, per giurisprudenza ormai costante, è pacifico affermare che sussiste un possesso idoneo all’usucapione in capo ad un soggetto che riceva la consegna di un immobile in base ad una convenzione che, per quanto con effetti solo obbligatori, non si limiti ad assicurare il mero godimento della cosa, senza alcun trasferimento immediato o differito del bene, ma tenda a realizzare il trasferimento della proprietà o di un altro diritto reale su di esso, quando alla convenzione stessa acceda un immediato effetto traslativo del possesso sostanzialmente anticipatore degli effetti traslativi del diritto che con essa le parti si sono ripromesse di realizzare.

In tal caso, l’immediato trasferimento del possesso, perfettamente compatibile con la convenzione stessa, caratterizza anche la consegna del bene oggetto della medesima, conferendole effetti attributivi della disponibilità possessoria, e non della mera detenzione, anche in mancanza dell’immediato effetto reale del contratto. La consegna, del resto, essendo il possesso un fenomeno che prescinde dal fondamento giustificativo, è atto neutro, o negozio astratto, che non richiede affatto il requisito del fondamento causale.

Cass. Civ., Sez. II, 12 agosto 2022, n. 24802

Redazione Consortium Forense 1960

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